Il pane dei morti: leggenda pugliese, II parte

di Anna Fraddosio Commenta

Nello scorso articolo abbiamo iniziato a leggere una leggenda pugliese su come l’uomo pur di ottenere ciò che vuole è disposto davvero a tutto ma che ogni cosa ha suo tempo e prima o poi tutto ciò che si è ottenuto rubando o ingannando dovrà essere restituito ai legittimi proprietari. Questo è quello che la leggenda “Il pane dei morti” vuole insegnarci ed oggi proseguiremo con la lettura della seconda parte della storia.


(Per chi si è perso la prima parte può cliccare sul link sottostante)

Il pane dei morti: leggenda pugliese, I parte

[…] “In una notte di luna piena, egli mangiò il pane dei morti per la settima volta. Ad un tratto la luna piena salì alta sulla foresta e il ragazzo scorse, accanto a sé, un ometto dalle lunghe membra e dalla testa coperta da un berretto appuntito da cui pendeva un pennacchio che ricadeva sul viso scarno. L’ometto disse:
«Io so da molto tempo, amico mio, che sei disposto ad aiutarmi nel mio lavoro e non voglio farti mancare la mia gratitudine e la mia ricompensa. Ma tu sei un po’ lento in questo lavoro, forse è meglio fare un piccolo contratto, per essere più chiari. Vedo che ogni tanto tu rubi il pane dei morticini, così i bambini morti si arrestano nel lungo viaggio e trovano più facilmente la strada per venire a casa mia. E da me trovano subito una stufa e un cibo caldo, e non sono più costretti a camminare. Ora ti propongo questo patto. Ogni volta che un bambino verrà sepolto e le campane suoneranno, in quella sera stessa tu dovrai mangiare il pane deposto sulla tomba. Io ti darò tanto oro e argento quanto tu potrai desiderarne. Ma non prima che tu mi abbia procurato mille piccole anime».
Il ragazzo scosse la testa e disse:
«Io vorrei avere abbastanza oro da smettere di girovagare e di mendicare; ma non è il caso di parlare di mille piccole anime: sono troppe».
«Bene», disse lo sconosciuto, «allora facciamo cento anime».
Il figlio del pastore esitava.
«Ma tu farai del male a quei fanciulli?», chiese ancora all’ometto.
«Fa male, forse, la fiamma del focolare?», disse di rimando l’uomo dal cappello a punta. «Ed è forse un male una stufa calda per il viandante?»
«Questo no», disse il ragazzo. «Ma dove sta la tua casa e qual è il tuo nome, e di dove vieni?».
«Mi chiamano il Padre del Calore», rispose lo sconosciuto, ghignando.
«Dunque, cento piccole anime», ripeté il “Padre del Calore”. «E non dimenticare di seguire il suono delle campane ogni volta che lo senti».
Per ben tre anni il ragazzo ubbidì al richiamo delle campane che lo attiravano verso i piccoli tumuli, e mangiò il pane dei morti come aveva promesso. Egli placava la pena del suo cuore sperando che i bambini si sarebbero trovati bene dal «Padre del Calore» anche se aveva sempre paura.
Venne finalmente la sera in cui il ragazzo stava in un piccolo cimitero abbandonato, intento a divorare la centesima pagnottella e a bere l’acqua fresca della centesima brocca. Il patto era adempiuto”.

Continua…

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